 | | | Aldo Spinardi IL LABORATORIO DI ROMOLO FEDON (dal 18 al 28 gennaio 1991) Il "laboratorio" così ci sembra sia opportuno definirlo di Romolo Fedon a "La Telaccia" ci richiama il "Laboratorio del Volume, del Materiale e della Costruzione" del costruttivista russo Tatlin. Un filo sottile li lega. Anche se l'atmosfera è diversa: non soltanto sono passati settant'anni, non soltanto Fedon non si impegna a costruire in senso proletario, non soltanto la materia e i materiali non sono posti sull'altare, si percepisce tuttavia, nelle opere del nostro scultore, un'attenzione alla materia che non è adorazione, il materiale è semplicemente un mezzo, da rispettare s'intende, per esprimersi, mentre l'attenzione alla forma, scrupolosa in Fedon, si disperde nell'artista russo in angolazioni in cui le definizioni non sono accette, anzi, sono avversate. Diremo maggior libertà in Tatlin, più senso estetico in Fedon, anche se la raschiatura delle slabbrature, l'uso della carta vetrata sono frutto di una libera scelta. Le immagini, i volumi che Fedon disegna e alle quali dà colpo, sono familiari nel senso che nascono dall'osservazione di oggetti che si trovano in casa, nello studio, ma anche perché si riferiscono a movimenti circolari o elicoidali tracciati naturalmente nello spazio, oppure riferiti ? si tratta di affinità, s'intende, non di citazioni o rivisitazioni a famosi artisti che hanno operato in precedenza. Un riferimento ad Anton Pevzner e alla sua Superficie sviluppabile ci sembra non inopportuno. Come i costruttivisti erano impegnati a diffondere il volume delle macchine e dei materiali, Fedon sembra prendere cordialmente e senza retorica atto delle forme che osserva nei laboratori, mentre altre, più originali, ma sempre legate alla tecnologia e al suo sviluppo, si affacciano alla sua mente alla sua visione del futuro, che non è, tuttavia, visionaria. Diremo che è un artista che vive nei tempi del computer senza farsene un idolo, senza portarselo al guinzaglio in ogni dove. Sul sentiero delle affinità, e come atmosfera più vicine a noi, alle nostre consuetudini, vediamo ancora La pianista e La dattilografa, entrambe del 1932, del futurista Mino Rosso: le linee curve rappresentano il movimento, un dinamismo non spasmodico, ci pare di averli sempre visti. In casa nostra e in quella del vicino. | | | | |  | | | Marino Perera In una soffitta, dove domina un disordine sovrano, tale da lasciare un esiguo spazio dì movimento di due metri per due, lavora il pittore, scultore Romolo Fedon. Così fra sgorbie, trapani, asciuga capelli che raggiungono la temperatura dei 700°, barattoli di tutti i tipi e dai più svariati contenuti ed ancora fil di ferro, ritagli di legno, di plastica, di cartone, di sagome varie e di quant'altro la fantasia può aggiungere, nascono dei lavori inquietanti e sorprendenti. Tutto ciò che può esser piegato, contorto, plasmato, incollato, viene usato dall'artista per dare sfogo all'impellente necessità di concretizzare, in forme e contenuto, con del materiale "povero", le idee e le emozioni che chiude nello spirito. Taciturno, schivo, Romolo Fedon vede scaturire dalle sue mani quelle immagini, che lo hanno attanagliato a lungo e che ora sollecitano la curiosità di chi le guarda, per vari motivi: perchè desideroso di conoscere la tecnica usata o il loro contenuto ed il significato, perchè la sorprendente ambiguità dell'opera lascia esterefatto chi la studia non superficialmente. Il quadro? Scultura esalta l'oggettività dell'elemento usato sia esso una camicia, degli slippini, delle vecchie ciabatte, dei camici da laboratorio, dei giacconi da fabbrica, il tutto con l'aggiunto di varie sagome in cartapesta che delineano frutto, fiori, esuberanti seni. L'insieme viene come pietrificato dalla creatività del pittore, fissato per sempre in un'immobilita da togliere il fiato, in un gioco continuo di colori dai toni, dalle sfumature e dagli accostamenti più azzardati. Ecco così Borse della spesa, Turno di notte, Atto d'amore, Giochi di bimbi, Alla finestra (per dare alcuni titoli), dove fanno bella mostra una sdrucita scarpa da tennis, che si staglia su di una fine finestra aperta che lascia ammirare dei fiori dalle tinte vivaci o un petto di donna invitante, perso fra morbide lenzuola e sottovesti o immortalati, per sempre, foglie vere, centrini da tè o da caffè. La plastica diventa plasmabile, la colla, l'aggrappante fissano momenti d'una realtà che incontriamo ogni giorno e ci circonda, in pezzi che vanno trattati nello spazio di un minuto, prima di solidificare. L'estro di Romolo Fedon si completa quasi per magia, materializzato in strutture inorganiche, sottolineato dai versi d'una moderna poesia, e cantato sullo spartito d'una musica Rap. | | | | |